lunedì 10 ottobre 2016

Il 1° capitolo di "Kabaa delle caverne"


TEST 1 - IL SALTO

C’era un groviglio di arti, pelle e sangue, davanti a lei. Ma non aveva paura, nella fresca semioscurità del bosco. L’orso era ormai fuori combattimento e quell’uomo enorme lo stava finendo con una lancia, assistito dai compagni. Gli alberi li raccoglievano, la terra emanava odore di muschio, la belva rantolava, sopraffatta dagli ultimi colpi mortali. Una capra selvatica a fianco, rubata all’orso, beffa per preda e cacciatore.
Gli uomini lanciarono al cielo e ai rami grida gioiose e feroci, i capelli lunghi intrecciati da liste di cuoio, perizoma di pelle, linee di ocra rossa sul volto e macchie di sangue non loro. Sangue che arricchiva il potere dei guerrieri.
Poi, il più grosso si voltò. E la guardò.
Non c’era minaccia in quegli occhi dorati come la pelle e i capelli. Anzi, di occhi se ne vedeva solo uno, perché l’altra palpebra era chiusa, solcata da una cicatrice che si allungava fino a deturpare l’angolo delle labbra. Ansimava, e le spalle si alzavano e abbassavano rapide, ritmando il contrarsi del ventre e del petto, ricoperti da una leggera spolverata di peluria.
Un esemplare bellissimo. Perfetto. E quelle cicatrici, invece di abbrutirlo, lo rendevano più vivo, vissuto, forte... desiderabile.
Ebbe come la sensazione che lui le avesse letto quel pensiero nello sguardo, perché mosse alcuni passi verso di lei, in silenzio, il respiro sempre affannoso, i compagni che si allontanavano per concedergli il territorio; lei invece ne compì alcuni all’indietro, non per paura, ma per confusione. Solo che c’era un masso alle sue spalle, o un rialzo del terreno, appurò, appoggiandovi i palmi.
L’uomo gesticolò all’indietro. Forse le stava indicando il pasto che si era procurato, forse ribadiva la vittoria contro la belva. In ogni caso non smise di avanzare, fino a ritrovarsi a pochi centimetri da lei.
Era difficile non soffermarsi su ogni linea di quel corpo; impossibile non avvertire le scariche provenienti da quella pelle, da quel bacino che la spinse a sollevarsi sul masso alle sue spalle.
Ma lui non faceva niente. In quel momento era mezzo uomo delle caverne, mezzo gentleman che attendeva paziente il suo “sì.” Un gioco della natura e dell’uomo, che la esortava a cedere a quella danza dei fianchi di lui che si avvicinavano, portandola ad allargare le cosce.
E, sotto il primitivo vestito in pelle legato su una spalla, lei non aveva niente.
Lui prese un profondo respiro e premette il perizoma contro di lei, le braccia puntate sul masso ai suoi fianchi, lo sguardo fisso nei suoi occhi.
Le sfuggì un gemito al contatto con quella solidità primordiale, e si sentì ardere nel ventre e nel respiro, lasciandogli scivolare le mani dalle braccia alle spalle, incitandolo a premere contro di sé.
Si abbandonò con il collo all’indietro, strofinandosi contro di lui, e corse con le dita ai lacci del perizoma, per sfilarglielo.
Avrebbe voluto toccare quel capolavoro alpha, ma lui glielo appoggiò sul pube, come in attesa di un’ulteriore conferma di resa.
Desiderava prenderselo, farsi prendere, in un ballo naturale che non contemplava azione e sottomissione, generi, storia e sentimenti, ma solo la forza del creato che le bruciava dentro, a partire dal basso, in tutte le vene, alla vista di quel meraviglioso maschio a sua completa disposizione. Il sangue pompava, il cuore batteva forte, il respiro si faceva lamento d’impazienza, ed era una tortura muovere i fianchi per incitarlo ad andare avanti, a dissetarla, a placare quelle fiamme dolorose che la stavano facendo impazzire.
Ma, quando lui cominciò a strofinare la punta lungo l’apertura, le vene si riempirono di uno sfrigolio fastidioso, e lei lanciò un “no” al nulla, prima di ritrovarsi sul lettino del laboratorio.
Rallentò il batticuore e l’ansito, e controllò che l’abitino coprisse tutto; poi si voltò verso l’équipe al di là del vetro e cercò di leggere sui volti cosa avessero capito dell’accaduto, dato che l’avevano recuperata proprio in quel momento.
«Non so cosa mi sia preso» mormorò.
«Di cos’hai avuto paura, Eva?» sbottò il Dottor Chang, attraverso gli amplificatori della cabina. «Avevamo programmato al millesimo di secondo il momento del salto temporale, la belva doveva essere già fuori combattimento.»
Si guardò intorno spaesata, risollevandosi dal lettino. I compagni di squadra erano in attesa nella stanza accanto, convinti che il batticuore e il respiro accelerato fossero dipesi dalla paura.
Col palmo, fece loro cenno di aspettare, uscì dalla cabina e s’intrufolò nel camerino per togliere gli indumenti paleolitici e indossare il camice.
E ora?
Avrebbe dovuto riportare di preciso l’accaduto, da brava scienziata. Imbarazzante. Non sapeva come mai si fosse lasciata andare, all’improvviso, trascinata dalla forza della natura primigenia. Avrebbero capito. Avrebbero dovuto capire. Anche perché il solo ripensarci le stravolgeva i sensi. Non era sicura che si fosse trattato solo di uno slancio primitivo nel cuore del bosco. Quell’uomo le aveva fatto saltare il cervello in pochi secondi. Sarebbe stato difficile togliersi quelle immagini dalla testa e quelle sensazioni dalla pelle.
Si osservò a lungo nello specchio, per cercare di capire cosa avesse visto lui.
Eva si era sempre piaciuta, per quanto il suo metro e sessanta non la rendesse una top model, ma le curve stavano nei punti giusti, e il costume preistorico che le avevano affibbiato valorizzava ogni forma. L’abbronzatura e lo sport contribuivano all’insieme. Gli scarruffati capelli castani, come gli occhi, erano anonimi, ma la rendevano... selvatica. Forse avrebbe dovuto uscire in discoteca vestita così, rise fra sé, e sarebbe riuscita ad attirare tutti gli uomini persi per la fulminea e strepitosa carriera. Oppure le forme piene attiravano l’uomo moderno meno di quelli appartenenti a un’era votata alla fertilità.
Carriera che adesso la costringeva a spogliarsi e rivestirsi in fretta, i capelli da raccogliere – Toh! Questo è del cacciatore, potremmo studiarlo... – gli abiti asettici da rimetter su, per affrontare quella squadra di cervelloni internazionali di cui fino a prova contraria faceva parte pure lei. Un progetto grandioso e costosissimo, composto di tante persone, e lei era addirittura una dei fantastici cinque addetti alla cabina dei salti. Salti possibili da quando l’umanità aveva imparato a viaggiare più veloce della luce, e di conseguenza anche all’indietro. E il lettino nella cabina non era altro che un tunnel spaziale virtuale che distorceva e curvava il tempo nel modo richiesto dai comandi, combinandosi con il teletrasporto. Esperimenti iniziati oltre un secolo addietro con la quantistica, gli studi su particelle e antiparticelle, sulle radiazioni dei buchi neri, fino ad arrivare a itinerari su scala macroscopica.
«Non ho avuto paura» esordì, calma e fredda, nel raggiungere la saletta in cui gli altri si stavano radunando intorno al tavolo. Il piccolo Liu Chang ancora la osservava a naso arricciato e denti in fuori, quasi si attendesse chissà cosa. Ed era “chissà cosa.”
«No?» chiese Ole Andersson. Un algido slavato di un metro e novantotto che, per quanto vichingo, non si avvicinava molto a selvagge bellezze d’altri tempi. «Dunque dobbiamo ricalibrare i sensori.»
«Gli stimoli corporei vanno associati ai segnali cerebrali» interloquì Matthew Williams, sistemandosi gli occhiali sulla faccetta da topo nerd. «La prova è stata necessaria per averne conferma.»
«Vuoi raccontarci cos’è successo?» Samer Hattangadi era il collega con cui Eva si trovava più a suo agio. Una flemma zen, una voce vellutata che quasi la ipnotizzava e la convinceva che rispondere in maniera naturale sarebbe stata l’unica soluzione possibile. «I sensori corporei hanno ricevuto il segnale di una forte emozione, che non era paura.»
Eva trasse un profondo respiro, scosse il capo e allargò i palmi sulla superficie del tavolo. «Credo di interessare al maschio alpha del branco.»
Non ne stava guardando negli occhi nemmeno uno, tuttavia udì Williams scoppiare a ridere e di sbieco vide Andersson grattarsi il capo.
«Fortuna che ti abbiamo agganciata in tempo» disse Chang.
«Però a lei stava piacendo» fece due più due Samer.
A quel punto, risero sguaiati tutti insieme come un branco di maschi beta contemporanei.
«Vuoi che ti rimandiamo lì?» Williams, odioso.
Ancora risate.
«Ma com’è andata di preciso?»
Un sospiro, uno sbuffo, e si rassegnò a riportare l’accaduto. Del resto, era il suo dovere.
Non c’erano problemi a interagire con le popolazioni e le epoche selezionate. Venivano scelti piccoli nuclei e studiati nella loro evoluzione in modo da essere certi che una qualsiasi influenza reciproca non avrebbe cambiato il corso degli eventi generali. Si sarebbe trattato solo di una presenza in più da addizionare a quel gruppo, per cui le vicende storiche non sarebbero mutate col tempo, se non per scarti minimi, in un modo impossibile da calcolare concretamente, e comunque mai a livello di intera umanità. In definitiva, bastava non cambiare la storia documentata e seguirla, senza, per esempio, insegnare agli uomini del Trecento a viaggiare nel tempo; in più, non si dovevano commettere atti in contraddizione con il proprio vissuto personale prima di arrivare fin lì, in maniera da non scatenare paradossi come la non-esistenza che avrebbe potuto verificarsi uccidendo un proprio avo. Cosa che chiunque avesse voluto materializzarsi di nuovo sul lettino del laboratorio avrebbe ovviamente evitato con cura.
Le emozioni dei ‘saltati’ erano tenute sotto controllo attraverso un microchip sotto pelle sul retro del collo, collegato al centro dell’encefalo, ma c’era ancora da sperimentare col programma che connetteva stimoli corporei e onde cerebrali, per decifrare a dovere lo stato della persona. Il nucleo nervoso dell’amigdala attivava connessioni fra stimoli dei recettori visivi e uditivi, rispondendo alle situazioni di pericolo attraverso la rabbia e la paura. Grazie al chip, l’allarme veniva lanciato alla squadra. Le ultime conferme avevano stabilito che dai salti successivi avrebbero dovuto cambiare strategia.
«A parte gli scherzi...» Andersson cercò di riportare l’atmosfera su un piano più serio e razionale. «Quella è una piccolissima tribù in via d’estinzione. Sette maschi senza donne da anni. Già avevamo tirato qualche battuta sul fatto che qualcuno le sarebbe saltato addosso.» Sì, era vero, ma lei l’aveva presa giustappunto come una battuta, non pensava certo che sarebbe successo in un momento delicato come quello della caccia, né tanto meno che lei stessa avrebbe reagito in quel modo. «Se vogliamo continuare a studiarne le abitudini dal vivo, faremmo meglio a mandare qualcun altro di noi.»
Non era professionale avvertire un groppo di delusione alla bocca dello stomaco.
«Da quanto ci hai raccontato, ti ha vista sparire solo quello» riprese Chang. «Gli altri non si sono accorti di niente.»
«Esatto.» Eva annuì. «Ma non oso immaginare cosa possa aver pensato.»
«Adesso crederà che tu sia una Dea caduta dal cielo» disse Samer, «e diventerai la Musa ispiratrice della sua pittura rupestre.»
«Eva» sentenziò Williams. «La prima peccatrice, madre di ogni uomo.»
Ridacchiarono tutti, a quel punto, ma con la convinzione che l’ipotesi non fosse poi così ridicola, dati alcuni precedenti che si erano verificati con i salti dei compagni in altre aree.
Per lui sono una Dea caduta dal cielo e diventerò la Musa ispiratrice della sua pittura rupestre...
«Te la sentiresti di appurarlo?»
«Cosa?» Forse Samer non lo aveva detto, era lei che se lo era immaginato perché ci sperava. Si guardò intorno, e il fatto che gli altri si mostrassero titubanti le suggerì che Samer lo avesse detto davvero. «Mi state chiedendo di tornare lì per studiare gli effetti della sparizione del salto davanti a un individuo a quello stadio evolutivo?»
«Abbiamo il programma linguistico da integrare al microchip» disse Andersson. C’era una luce strana nei suoi occhi, come se la flebile e gelida convinzione precedente si stesse trasformando nella sete di conoscenza che lo contraddistingueva. «Col software che lega stimoli fisici e onde cerebrali non dovremmo avere problemi. Posso fare una rapida prova fra stasera e domani, nell’area che io già conosco.»
Quelle popolazioni vissute verso la fine del Paleolitico non avevano ancora raggiunto la storia e la scrittura, ma il linguaggio studiato appariva già articolato: adatto a trasmettere alla prole informazioni sulle operazioni quotidiane, nonché concetti astratti. Prole che nell’area a lei assegnata non c’era. Ma non sarebbe stato difficile interagire col gruppo a livello verbale, con l’aiuto del programma linguistico.
«Nella tua area è estate, sono presenti bacche e selvaggina» aggiunse Williams, «e i predatori non si avvicinano all’accampamento, sono gli uomini a cacciare gli animali nei boschi.»
E a quanto pareva c’era da sentirsi protetta...
«In ogni caso col software possiamo tirarla via non appena il collega di turno nota un’anomalia nelle percezioni» precisò Andersson.
Di turno? «Scusate...» li interruppe, «non starete per caso parlando del progetto di studio ravvicinato di più giorni, vero?»
Williams ridacchiò. «Ci era parso di capire che non ti sarebbe dispiaciuto.»
«Faremo di tutto per non portarti via sul più bello.» Samer tuttavia la fece sorridere. «Adesso che integriamo i programmi e Ole fa qualche prova, riconosceremo subito le forti emozioni negative dalle positive.»
Le sembrava un’invasione della privacy, ma non avrebbero comunque visto nulla. Senza contare che, sebbene il programma associasse allo spavento gli stati di intenso piacere, com’era avvenuto poc’anzi, certe emozioni potevano sfuggire alla meccanica, e rimandare alle esperienze e alle aspettative della corteccia cerebrale, per ritrovarsi al di là della sfera d’azione del chip collegato all’amigdala. Emozioni pubbliche e di breve durata, sentimenti privati dilatati nel tempo. Ma Eva non avrebbe comunque provato sentimenti di lunga durata...
Ammesso e non concesso che accettasse.
«C’è bisogno solo della tua approvazione.» Ancora Samer. «Abbiamo carta bianca su tutto, lo sai.»
«Secoli...» sbottò Williams, «millenni di evoluzione della civiltà e di lotte femministe, e questa scienziata finirà a intrecciare cestini per uno che le porta la cacciagione.»
Non riuscì a trattenersi dal ridere pure lei. «L’evoluzione maschile è stata inversamente proporzionale» buttò lì, sempre col sorriso sulle labbra. «Chi trascorre la maggior parte del suo tempo inchiodato al computer non riuscirebbe a sopravvivere a quella cosa che deve avergli sbranato mezza faccia.»
«Ah, un guerriero sfregiato!» quasi gridò Chang, con la sua vocetta. «Prepariamoci a sondare batticuori su batticuori.»
«Ci ha appena confessato che per noi non intreccerebbe cestini» sentenziò Andersson.
Però le battute sdrammatizzanti la rasserenavano. Frase dopo frase, quei risvolti apparivano come l’ultima cosa che avrebbe potuto capitare nel corso della spedizione e la riportavano alla realtà. Si sarebbe concentrata sugli usi e i costumi della popolazione. Alcuni studiabili a distanza, ma molti altri ancora da sperimentare in loco. Era un’occasione imperdibile, un privilegio a cui non avrebbe mai potuto aspirare quando era una studentessa, un sogno inimmaginabile, e non si sarebbe certo tirata indietro per una sciocca reazione fisiologica provata per caso, né per le freddure dei colleghi. Dall’adattamento all’ambiente, all’interazione con i soggetti di studio, tutto sarebbe stato nuovo e meraviglioso, per lei in primis, ma anche per i colleghi e per chiunque sarebbe venuto a conoscenza delle sperimentazioni.
«Sarai sempre sotto controllo.» Samer dava ormai tutto per scontato. «Ci riserviamo come scadenza una settimana, per conferire, poi deciderai tu se hai bisogno di proseguire.»
«Il chip è calibrato con i tre colpi ripetuti col polpastrello dell’indice?» domandò. Non era conveniente un semplice tocco. In quella maniera sarebbe stata teletrasportata anche solo grattandosi il collo.
«Al solito» confermò Chang. «Picchietti tre volte e noi sappiamo che dobbiamo tirarti subito via nel caso il programma non identifichi con precisione una situazione di pericolo o un tuo bisogno di rientrare.»
Niente belve se non nei boschi dove venivano ammazzate dal branco; bacche, frutti selvatici, uova di uccelli, selvaggina, soggetti pacifici e addirittura rispettosi, per quanto in astinenza forzata. I pericoli non erano molti, a differenza di altre aree con predatori che non temevano i fuochi degli accampamenti. Studiavano bene ogni minima circostanza, grazie alle sonde temporali inviate in avanscoperta. Per non parlare del clima favorevole di quella zona dell’Europa mediterranea di poco più di diecimila anni addietro: non troppi gradi sotto i valori minimi e massimi attuali, in quel periodo intermedio post glaciale; il freddo sarebbe tornato più avanti, oppure nell’inverno ghiacciato, ma loro avevano scelto un’estate mite e abbastanza calda, in boschi fra pianura e collina, fuori dalle paludi infestate dagli insetti.
La partenza, dopo altri test col dizionario, sia per le parole in entrata sia per le parole in uscita, e i collegamenti con l’altro programma, fu stabilita per l’indomani.
E a quel punto le sensazioni provate nel corso del salto di quel giorno la facevano ridere.
Ma la notte, quando si ritrovò sola fra le lenzuola, non poté fare a meno di ripensarci, e di toccarsi, immaginando quello che sarebbe potuto succedere quando il capobranco avrebbe rivisto la sua Dea e Musa ispiratrice.

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