venerdì 14 ottobre 2016

Il self publishing nel 2016


Siamo nel 2016, e ancora sui social c’è un gran discutere intorno alla questione self. A dire il vero non capisco come mai, perché erano temi che trovavo giusti fino a qualche anno fa, e in certe discussioni non si fa altro che arrivare sempre a delle non-conclusioni.
Cos’è il self publishing? Il self è l’autopubblicazione in assenza della mediazione di una casa editrice.
Perché parlo di "qualche anno fa"? Be’, perché all’epoca c’erano case editrici che pagavano con anticipi a tre o quattro zeri; i contratti erano supervisionati da agenzie di rappresentanza legali, effettive, e non da talent scout o aspiranti editor che si improvvisavano impresari; il percorso dell’autore era seguito passo passo da professionisti del settore che venivano retribuiti altrettanto bene. Si dava davvero il meglio. Se un lavoro era valido, o se lo era un autore, il modo di arrivare alla grossa pubblicazione, seppur a seguito di una lunga gavetta, prima o poi si trovava, tanto più con i piccoli editori (non a pagamento, ovviamente!).
In questo senso, c’è stato un periodo intermedio in cui il self publishing era davvero quanto gli viene ancora oggi imputato: una scappatoia per chi non era ancora pronto e veniva rifiutato.
Sin dall’inizio, il self non ha avuto filtri, e il mercato è stato invaso da pubblicazioni di dubbia qualità che hanno finito per disorientare il lettore e saturare il mercato.
Questo perché nel frattempo è subentrata la crisi, e i prezzi più bassi del self, possibili perché non c’era più da cedere percentuali agli editori e alle agenzie, hanno spinto molti lettori a fidarsi pur di risparmiare, nonché a buttarsi su opere che poi non li soddisfacevano.
Alla fine il lettore non si è fidato più, e ha dato per scontato che il self fosse spazzatura in toto.
La crisi però ha operato un altro cambiamento, stavolta in direzione contraria.
Gli anticipi a tre o quattro zeri non erano più possibili, tanti autori competenti si sono adattati per hobby, tanti altri sono scomparsi nel nulla per dedicarsi a qualcosa che portasse sul serio il pane; infine ne sono usciti altri ancora, disposti a tutto pur di raggiungere il sogno della pubblicazione con casa editrice nel minor tempo possibile e soprattutto col minor sforzo possibile. Senza dare più il meglio.
L’abbassamento generale della cultura, in riferimento alla sfera della lettura, che in Italia è ai minimi storici, ha tolto i mezzi a molte persone per distinguere i prodotti di qualità da quelli mediocri, e le case editrici col portafogli vuoto hanno capito subito che selezionare fra i self quelli che più vendevano, o più si auto compravano, o più compravano recensioni false, avrebbe potuto farli risparmiare, rispetto a quando ingaggiavano i professionisti. Tanto nessuno si sarebbe accorto di niente. Nessuno (o quasi) avrebbe notato la differenza fra l’editing di uno stagista inesperto e a titolo pressoché gratuito (sì, perché la crisi ha investito le redazioni per intero, non solo in riferimento agli autori) da quello di un editor con vent’anni di lavoro alle spalle, né tanto meno gli autori smaniosi di postare su Facebook lo still di una firma si sarebbero messi a raccontare che avevano in conto solo un misero forfait o giù di lì (quando andava bene).
Avanti così... Anche perché per molti vale ancora il pregiudizio per cui se un lavoro è pubblicato da una casa editrice è per forza di riguardo; senza contare l’ammorbidimento della potenziale stroncatura nel caso la persona che sta parlando della spazzatura voglia essere pubblicata un giorno da questo editore con cui collabora.
Ne esce fuori un circolo vizioso in cui, invece, chi vuole vedere qualche spicciolo a fine mese e intende scrivere quello che gli pare al di là di trend e commissioni che portano a poco o a nulla, difficilmente si staccherà mai dal self, soprattutto se già ha provato i fasti di epoche geologiche passate e può gestire il lavoro da sé (o con l’aiuto di altri freelance per quanto riguarda la ‘confezione’ definitiva).
Ovvio, una larga parte di queste pubblicazioni è nel caos più totale (così come le case editrici, del resto), ma non sono certo l’errore di battitura o la ripetizione che sfuggono a tutti a decretare la non validità di un testo letterario, quanto la struttura e lo stile generale, e io ho letto numerose pubblicazioni self in cui si sente benissimo che dietro ci sono mani esperte (dell’autore e/o dell’editor), mentre tante uscite con marchio lasciano ormai con gli occhi spalancati per l’orrore a partire dall’estratto gratuito. Non parlo volontariamente di idee geniali perché, se un tempo era apprezzata l’originalità, in quest’era instabile le trame ripetitive e scontate sono per molte persone più rassicuranti e non possiamo farne loro una colpa. In questo senso sta all’autore scegliere cosa vuole e cosa si sente di fare.
In definitiva, così come all’autore spetta la scelta di quello che preferisce fare, il lettore avrà sempre più la responsabilità di valutare toccando i libri con mano (o l’estratto digitale sugli store), perché non ci sono più filtri o garanzie che offrano certezze sulla qualità, se non la lettura stessa (ma già la presentazione e l’incipit potrebbero bastare).
Questo porterà la gente a leggere sempre meno?
Può darsi... ma la gente leggerà sempre meno comunque. I poemi in esametri non vanno più un granché, così come le viole da gamba o le videocassette in VHS. Bisogna farsi una ragione di queste minoranze.

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