domenica 13 novembre 2016

Le poetike dei robot


Spesso vediamo letterati scandalizzarsi di fronte a linguaggi contemporanei grammaticalmente scorretti, soprattutto quelli legati al mondo dell'adolescenza e delle tecnologie digitali.
Da un punto di vista narrativo è bene scrivere secondo i dettami correnti, siamo d'accordo, a meno che i dialoghi non richiedano caratterizzazioni di questo tipo, ma scagli la prima pietra chi non ha mai abbreviato qualche parola in un messaggio telematico.
Il linguaggio si evolve. Oggi non parliamo più come all'epoca di Dante e persino forme letterarie come i poemi sono cadute in disuso; nel frattempo è stato inventato il romanzo, e tante forme artistiche scompaiono nei secoli e ne compaiono di nuove.
Chi ha ragione? Il futuro sarà dei giovani, non certo degli studiosi della Crusca.
Ma c'è un altro fatto su cui dobbiamo riflettere: la velocità.
Sì, proprio la storia delle abbreviazioni. Non si tratta solo di una vita più frenetica e tecnologica, ma anche di un diverso modo di pensare, di sentire, di vivere, di elaborare i dati nella nostra mente. Un nuovo linguaggio sarà prima o poi necessario, anche perché l'uomo si abituerà a organizzare i concetti in maniera sempre più sintetica (non a caso la lingua più diffusa al mondo è ormai l'inglese); di conseguenza, le parole, nonché le strutture grammaticali, i codici, gli andranno dietro.
Tra l'altro ci saranno sempre nuovi oggetti o concetti astratti a cui dare un nome e altre cose/parole non serviranno più. Chi si scandalizza per un sms in cui è scritto "xké" cosa direbbe di un robot che parla in "matematico"? Per un androide, un'equazione potrebbe essere poesia...

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